Emiliano Ponzi

Emiliano Ponzi è un illustratore e artista visivo italiano di fama internazionale. Dopo gli studi allo IED di Milano, la sua carriera si è sviluppata prima negli Stati Uniti che in Italia, collaborando con alcune delle più importanti testate internazionali tra cui The New York Times, The New Yorker, Le Monde e The Washington Post. Ha lavorato anche per brand globali come Louis Vuitton, Gucci, Apple e Tiffany & Co.

Il suo stile è riconoscibile per l’uso di colori netti, composizioni essenziali e metafore visive capaci di sintetizzare temi complessi in immagini immediate. Vincitore di numerosi premi internazionali, tra cui riconoscimenti della Society of Illustrators e dell’Art Directors Club di New York, vive e lavora tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Il Wunderkit di Emiliano Ponzi è un viaggio dentro il mestiere dell’immagine, dove talento e disciplina si intrecciano continuamente.
Si apre con una macchinina giocattolo: la “tenuta di strada”, la capacità di restare nel percorso anche tra ostacoli e deviazioni. Una t-shirt bianca racconta uno stile che non segue le mode, ma si costruisce nel tempo, distinguendo tra ciò che si fa e come lo si fa. Il dado di marmo ridimensiona la fortuna: le occasioni contano solo se sei pronto a sostenerle. Il passaporto diventa ricerca della propria voce, mentre la bandierina americana e i premi mostrano un successo ambivalente, fatto di slanci e ritorni al lavoro quotidiano. Infine, un cucchiaio di legno: la pratica, il gesto che si ripete e si trasforma. Un invito a vivere la creatività come esercizio continuo, a non seguire le mode ma ad affacciarsi ai finestrini in cerca di nuovi stimoli, non per generare distrazioni ma per imparare a coltivare la meraviglia che ci porta a evolverci.

La macchina

Il primo oggetto è una macchinina. È banalissima, un giocattolo di bambino. Qui però perde la connotazione di giocattolo, perché mi serve per raccontare una cosa che per me è stata molto importante all’inizio.
Io ho iniziato a lavorare subito: era il 2000, avevo finito lo IED, avevo vent’anni. Questa macchinina ha due valenze. La prima è una lezione che ho cercato di ricordarmi sempre: la tenuta di strada. Una delle doti più importanti di un’autovettura è che non vada fuori strada.

Per chi ha appena iniziato o sta sperimentando, la tenuta di strada significa resistere alle porte chiuse. Per me ha voluto dire puntare a un obiettivo senza distrarmi con nessun piano B. Ho incontrato tante persone che poi non hanno fatto questo lavoro, che è complesso per competizione, per la difficoltà di creare un proprio tono di voce, un linguaggio, e anche per la fatica di proporsi dando valore al proprio lavoro e riuscire a trasmetterlo agli altri.

Mi ricordo i primi colloqui con il portfolio stampato, poi l’iPad “per fare un po’ i fenomeni”, e adesso niente perché nessuno mostra più il portfolio. E anche oggi, che lavoro tanto e arrivano riconoscimenti, non è che diventi “sazio”. Essere sazi vorrebbe dire aver esaurito quello che hai da dire a livello estetico e di linguaggio. Invece c’è sempre il mettersi alla prova.

Per questo tengo a mente questa macchinina e provo a farla andare dritta, o almeno a non farla cappottare. Anche se forse a volte farla cappottare fa bene: resetti tutto e riparti con un nuovo vigore, come se ti fermassi ai box per fare benzina.

Sbagliare strada? All’inizio è inevitabile. È una condizione sine qua non dell’esplorazione dei territori. Chi conosce davvero potenzialità e limiti? Nessuno. Il nostro è un lavoro di comunicazione: cresci con la persona che diventi e con lo sviluppo di un vocabolario più ampio. A volte puoi sbagliare linguaggio. Io in primis ho sperimentato e ho sbagliato strada. Secondo me sbagliare è necessario. E il “pilota automatico” forse è proprio il tempo: più lavori più impari a capire quando una strada è davvero tua e quando è solo una deviazione utile.

La t-shirt bianca

Ho portato una t-shirt banalissima: bianca, di cotone, non tinta, girocollo. Per me rappresenta un punto molto alto e molto semplice di come intendo il mio lavoro, e il consiglio che darei a chi si approccia a questo mestiere: non seguire le mode.

È una maglia che aveva Kerouac negli anni Sessanta e Settanta, che hanno avuto i nostri genitori, che abbiamo noi e che avranno i nostri figli. È un paradosso dirlo facendo un lavoro che vive dentro un mercato, però è una lezione che capisci dopo un po’ che lavori. Se seguiamo la moda, facciamo riferimento a qualcosa che ha un picco altissimo per un periodo limitato e poi una valle.

Resistere alle mode non vuol dire essere vecchi o tradizionalisti. Vuol dire stare nel mondo con le sue regole e contraddizioni, ma trovare una chiave per fare in modo che lo stile non sia mai più importante del tono di voce. Perché lo stile evolve, il tono di voce resta. E la t-shirt bianca sopravvive alle mode.

In un tempo immerso nell’esposizione dell’immagine e nella spazzatura quotidiana, la tentazione è vedere uno stile che funziona e copiarlo: “ha fatto Nike, il New York Times… allora io copio quel prodotto e ignoro il processo”.

Questo paga nel breve termine, ma è tossico nel lungo termine. Tutti i “figli illegittimi” di Malika Favre: quando tramonterà il momento della tinta piatta con colori forti, lei rimarrà e gli altri finiranno nel dimenticatoio. Perché lei ha seguito il processo che l’ha portata lì. Gli altri hanno preso il prodotto e l’hanno replicato.

Il dado di marmo

Il terzo oggetto è un dadone. Ne ho due, ma sono di marmo, quindi ne ho portato solo uno. Apre il tema della fortuna, a cui io non credo tanto. Credo che la fortuna sia episodica: trovarti nel posto giusto al momento giusto.

Questo per me significa che non esiste il datore di lavoro o l’agenzia che ti intercetta fortunosamente e ti fa diventare noto e ricco. Ho portato un dado pesante, non quelli sciocchi da Risiko, perché così è più evidente il punto: il peso arriva quando hai la forza e le spalle per affrontarlo. E il muro che pian piano si costruisce lo vedi solo alla fine.

La “fortuna” conta se quando arriva non ti schiaccia.

Il passaporto

Il quarto oggetto è il passaporto. Il motivo per cui l’ho portato è il numero: AA2616055. È solo mio e sarà solo mio finché campo. Questo apre un tema che si collega alla macchina: l’identità. Da una parte l’identità personale, dall’altra quella percepita dagli altri, e non sempre coincidono.

L’identità nostra è anche questo numero: un’istanza di unicità. Il mio stile rispetto a tutti gli stili e a tutti i modi di raccontare il mondo. Io ricordo un TED di una designer svizzera che vive in America: mostrava i giocattoli dei supereroi dei figli e diceva che a un certo punto si era chiesta: “Qual è il mio superpotere?”. È una domanda importante. Se pensi ai supereroi, li ricordi perché sono diversi, ognuno con un potere. Ti fa capire l’importanza dell’unicità: hai una strada diversa da quella di un altro.

Io, ad esempio, non sono un abile disegnatore. Quando vedo i disegni di qualcun altro, provo invidia e ammirazione. Ma il punto è capire qual è il tuo potere.

Io credo che la mia skill sia che sono molto motivato… anche se non so bene cosa voglia dire. Sono motivato nel contemplare il fallimento, che è una percezione personale: non è “ho fatto un lavoro con quello” o “ho vinto dei soldi”. È qualcosa che senti tu. Io, dopo lo IED per cui mio padre aveva speso tanti soldi, non potevo contemplare la delusione mia e di chi mi aveva sostenuto. Dovevo farci qualcosa. Da lì una serie di cose convergono e ti portano a fare quella cosa al meglio. C’è anche un darwinismo che ti porta davvero a imparare e a durare.

Come lo nutri questo superpotere?

Io sono un po’ ossessivo. A volte mi aiuta, a volte mi mette i bastoni tra le ruote. Non mollo finché non è il momento di mollare, e trovo strategie per fare quello che voglio, magari non subito.

E poi ho capito una cosa nel 2009, stando vicino a una persona che ha fatto dell’esporsi un mestiere: è importante metterci la faccia anche dove potrebbero parlare solo i disegni. Presenza, farsi vedere dai clienti, fare conferenze, dimostrare di avere un’opinione. Io mi ero illuso che, come per i grandi pittori, ti venissero a cercare. Invece no: devi andarci tu, metterci la faccia e dire che i tuoi disegni sono bellissimi anche se non ci credi. La fragilità dell’artista non la puoi far vedere quando ti vendi: devi far vedere una parte sicura, attiva.

La bandierina americana (e i premi)

Questa bandiera l’ho presa al consolato italiano, due anni fa, quando mi avevano invitato a vedere gli ultimi pezzi dello spoglio tra Trump e Clinton. Ci hanno dato queste bandierine perché dovevamo essere pronti a fare tifo… e invece è andata come è andata. Me la sono portata via come segno di fallimento.

Mi ricordo quel clima: persone impettite, camerieri con dolcetti e miniburger, maxi schermi, cartonati… e poi il crollo, le lacrime, la disperazione. Incredibile. L’America per tutti rappresenta un sogno e un incubo. È la terra promessa, l’American Dream, un luogo dove le cose possono succedere più facilmente perché ci sono più opportunità. È vero: valgono le stesse regole che valgono da noi, però è anche vero che succedono cose più grandi.

Io sto facendo i documenti per la green card. Cito Massimo Vignelli, che andò in America nel ’67 e disse: “Avevo bisogno di un cielo più grande”. E in West Coast quei cieli sembrano davvero più grandi. Tramonti dell’Arizona che non ho visto da nessun’altra parte.

L’America mi ha dato grandi soddisfazioni, soprattutto agli inizi: dal 2005 ho iniziato a lavorarci e poi ho vinto premi. Ho portato anche questo premio per dire una cosa: io ho un rapporto ambivalente con i premi. È bello vincere: è una botta narcisistica pazzesca. Ma è anche aleatorio. Dai premi che ho vinto non è che siano arrivati clienti a chiamarmi. E poi restano sullo scaffale: non sono un punto d’arrivo. Al massimo sono una responsabilità, perché poi devi mantenere quello standard con te stesso. Se l’anno dopo non vinci, quasi pensi di aver sbagliato qualcosa, ma i premi dipendono dal gusto della giuria, che cambia, con simpatie e antipatie.

È uno shottino di autostima. Dura poco. Poi devi fartene un altro.

Il cucchiaio di legno

Questo cucchiaio di legno è bellissimo. Da piccolo mia madre mi minacciava con questo: non mi ha mai picchiato, però c’è un’associazione pavloviana per cui quando lo tirava fuori si spegnevano immediatamente capricci e velleità.

Ma non l’ho portato per quello. E non l’ho portato neanche perché cucino, perché non cucino. L’ho portato per un tema legato al lavoro che è doppio.

Il primo tema è l’ossessività: prima di mandare un’illustrazione al cliente non la faccio mai una volta. La rifaccio almeno due volte, spesso tre o quattro: cambio colori, forme, ridisegno, riparto da zero. È come una ricetta: la prima volta ti viene in un modo, la centesima in un altro, probabilmente migliore, perché conosci i tuoi strumenti: la pentola, i tempi, quanto deve cuocere il ragù. Per fortuna esistono le deadline.

Il secondo tema è l’invito a cambiare ricetta. Io sono convinto che lo stile evolve. E dopo un po’ mi rompo a fare sempre le stesse cose, anche se sarebbe più facile. Noi siamo un brand: se riproponi sempre gli stessi colori e le stesse forme sei più riconoscibile. Io però mi annoio. Cerco di fregarmene un po’ dell’assioma del branding e cambiare la ricetta. Partendo dal ragù, quando hai dimestichezza, puoi dire: “perché non uscire dallo standard?” Metti più pepe, meno sale, aggiungi un ingrediente. Senza rivoluzioni copernicane, ma forzando il limite.

È un’oscillazione: a volte fai cose nuove e sei più emozionato, altre volte devi portarla a casa e fai la ricetta più dritta e meno rischiosa. Ma per me è noioso. E quindi provo a cambiare.

Gli oggetti di Emiliano Ponzi non compongono una collezione lineare, perfetta. Al contrario invitano ad allenarsi a tenere il timone saldo verso i propri obiettivi ma pronti a evitare ostacoli e a riprendere la rotta dopo una burrasca.

Wunderkit è questo: una collezione di mirabilia contemporanee, un kit di storie e oggetti da cui lasciarsi attraversare.
Da usare, magari, quando serve immaginare un’altra strada.

Se questo kit ti ha acceso una domanda, puoi curiosare tra le altre storie di Wunderkit e creare una tua, personale, wunderkammer di fonti di ispirazione e piccole meraviglie.