Marina Spadafora

Marina Spadafora ha collaborato con grandi brand del lusso, acquisendo una reputazione in tutto il mondo per la sua collezione caratterizzata da maglieria sperimentale e sofisticata. Coordinatrice italiana del movimento Fashion Revolution, ha sempre incluso nella sua ricerca una forte attenzione per il sociale e l’ecologia, ritenendo che l’etica e l’estetica possano coincidere. Nel 2020 ha scritto il libro “La rivoluzione comincia dal tuo armadio” con Luisa Ciuni pubblicato da Solferino Libri.

Il suo motto è “Moda con una missione”.

Il Wunderkit di Marina Spadafora attraversa più mondi: un’infanzia libera e selvaggia tra le montagne, il glamour di Hollywood vissuto dall’interno, gli anni della moda e del sistema, la maternità desiderata e conquistata, la crisi, il rigetto, e infine una scelta netta: trasformare la moda in uno strumento di cambiamento reale.

Gli oggetti che Marina porta non sono trofei. Sono prove materiali di una continua ricerca e trasformazione mossa da curiosità e un forte senso etico: dal gioco alla responsabilità, dall’estetica alla missione. Alcuni sono minuscoli, altri stratificati di memorie plurali. 

Messi insieme, questi oggetti compongono una wunderkammer che non celebra il successo, ma la tenacia; non l’arrivo, ma il coraggio di cambiare direzione; non il possesso, ma una profonda ricerca di senso e di incontri.

L’amuleto tibetano, non seguire un copione

Questo è un piccolo amuleto tibetano. È un memento di un momento che ha cambiato tutto.

Io e mio marito siamo di religioni diverse. Io cattolica, lui ebreo. A un certo punto abbiamo pensato: troviamo qualcosa che stia in mezzo, che ci benedica. Partiamo per il Tibet con un grande lama.

Io non sapevo che lui stava tramando. Aveva convinto il lama a sposarci senza dirmi niente. Lo sapevano tutti, tranne me.
Arriviamo alle rovine del monastero di Ganchen. Ci sono tremila pellegrini tibetani e noi europei. Due signori iniziano a cambiarci, a metterci addosso abiti tibetani. Io chiedo: “Scusa, perché solo noi due?”. E lui mi dice: “Se tutto va bene, tra dieci minuti ci sposiamo”.
Ho iniziato a piangere come una fontana. Un’amica inglese mi guarda e mi dice: “You don’t have to marry him, you can still say no”.
Ci siamo sposati lì. Poi abbiamo attraversato frane, confini chiusi, coprifuoco. Quando abbiamo chiamato le famiglie per dirlo, ci hanno chiesto se fosse valido.

Questo amuleto racconta una cosa: la vita, a volte, non segue il copione. Ti prende e ti sposta. E tu puoi solo decidere se fidarti.

MEMORABILIA
La macchina da scrivere Olivetti Valentina, le vocazioni

Da piccolina avevo deciso che avrei fatto la scrittrice. Ho rotto talmente tanto ai miei genitori che alla fine me l’hanno regalata. Avevo nove, forse dieci anni. Quando è arrivata, con la sua custodia meravigliosa, ho deciso che ero ufficialmente una scrittrice.

All’epoca non pensavamo che fosse un oggetto di design. Era semplicemente bella. Negli anni mi sono trasferita da un continente all’altro, ho cambiato vita più volte, ma la Valentina l’ho sempre portata con me. In qualche parte del mio cervello sapevo che significava qualcosa.
Poi per anni non ho più scritto. La scrittura è tornata adesso. Prima con La rivoluzione comincia dal tuo armadio, poi con la mia biografia, che uscirà tra un anno. Ho iniziato a scrivere dopo che a mia zia è stato diagnosticato l’Alzheimer. Ho pensato: devo scrivere quello che mi ricordo prima di diventare rimbambita. Farlo “before I go gaga”.

Rudolf Steiner dice che scrivere la propria biografia è l’atto di guarigione più importante che un’anima possa fare in una vita. Io l’ho fatto. Senza sapere se avrei pubblicato o no. Per mettere in salvo le mie storie finché ho ancora i miei “marbles”.
La Valentina oggi non la uso. Scrivo al computer. Ma lei è lì. È la prova che quella vocazione l’avevo già sentita da bambina. E che certe cose tornano quando è il momento giusto.

Il programma degli Oscar e inviti delle sfilate, entrare nel sistema

Questo è il programma degli Oscar del 1988 con un disegnino di Phil Collins. E questi sono gli inviti delle mie sfilate degli anni Novanta.
Sono oggetti diversi, ma parlano dello stesso momento: entrare nel sistema.

Agli Oscar ci sono arrivata grazie a una suocera straordinaria: Audrey Hepburn. Quella sera c’erano anche i miei genitori, per il loro anniversario. Mio padre, arrivato da Bolzano, era impazzito. Voleva gli autografi di tutti.
Ricordo Eddie Murphy, che aveva fatto un discorso durissimo sul razzismo di Hollywood. L’ho trovato circondato da executive furiosi. Quando mi sono avvicinata con un foglietto, lui ha detto: “Excuse me gentlemen, that young lady obviously needs me”. E ha firmato per mio padre: “To Rudy, be free”.

Poi Phil Collins, l’autografo sciolto da un drink, rifatto con un disegnino. In mezzo al glamour assurdo, io mi ricordo l’umanità, la gentilezza.

Gli inviti delle sfilate raccontano l’altro lato: Milano, il mio brand, gli anni ruggenti. Due vestiti di maglia fatti dallo stesso maglione: le mie due anime. Di giorno sportiva, di sera elegantissima.
È stato un periodo bellissimo. E durissimo.

Il quadretto dell’infanzia, stimolare la fantasia

È un quadretto che ho disegnato quando avevo tra i sei e i sette anni.
Racconta una scena di vita familiare: c’è mio papà, che era un grandissimo pescatore e adorava i bambini. Eravamo otto cuginetti e lui ci trascinava nelle sue avventure in tutte le valli dell’Alto Adige. Finivamo nelle sabbie mobili, facevamo cose tremende.
Ci dava le chiavi del pulmino Volkswagen e io ho iniziato a guidare a undici anni, con otto cuginetti dietro, mentre lui pescava nei campi. Nessuna cintura di sicurezza, ovviamente. All’epoca era tutto così: una libertà totale, incosciente, meravigliosa.
Ci portava anche a scalare sulle Torri del Sella, facendo una cosa che chiamava “l’ascensore”: legava me, le mie sorelle e la segretaria-babysitter come dei salami, saliva in cima e poi uno alla volta ci tirava su. Nessuno aveva paura. Guardavamo giù e basta.
In quel quadretto c’è anche una svolta: quando gli ho spiegato che tutti i pesci avevano una famiglia, che non poteva ucciderli. Gli ho insegnato il catch and release. Non tornavamo più a casa con i pesci – mia mamma non felicissima – ma io avevo già capito una cosa fondamentale: che il mondo non è solo tuo.
E poi ci raccontava storie ogni sera: diceva di essere andato nel Far West a combattere con Toro Seduto. Noi ci credevamo. Fino a quando mia sorella torna da scuola dicendo: “Papà racconta un sacco di balle, è impossibile che fosse vivo nell’Ottocento”. Le storie erano false, ma erano meravigliose. Viva la fantasia. Viva i papà che coinvolgono i bambini.

La copertina dei bimbi, la maternità

La copertina dei bambini è quella della clinica Santa Maria. L’ho portata via con me e la conservo da allora. È quella in cui mettono dentro i neonati appena nati. Per me l’unico vero scopo di essere su questa terra era diventare madre.
Negli anni della moda, delle sfilate, delle feste, io ero sola come un cane. Avevo trent’anni, l’orologio ticchettava, e io volevo dei figli. Punto. Abitavo in una casa in via Viganò, con un cortile e una madonnina con le lucine. Tornavo la sera tardi, portavo giù il cane, e pensavo: “Ti prego mandami un uomo buono, carino, che mi voglia bene e che voglia fare famiglia con me”. Per tre anni.
Poi è arrivato. E quando è arrivato, ho fatto tutto in cinque anni. Tre figli come una piccola squadra di calcio. L’ultimo l’ho fatto a quarant’anni suonati.
Questa copertina racconta una cosa semplice e gigantesca: una famiglia costruita con ostinazione, desiderio e una buona dose di incoscienza.

Wunderkit è questo: una collezione di mirabilia contemporanee, un kit di storie e oggetti da cui lasciarsi attraversare. Da usare, magari, quando serve immaginare un’altra strada.

Se questo kit ti ha acceso una domanda, puoi curiosare tra le altre storie di Wunderkit e creare una tua, personale, wunderkammer di fonti di ispirazione e piccole meraviglie.