Il quadretto dell’infanzia, stimolare la fantasia
È un quadretto che ho disegnato quando avevo tra i sei e i sette anni.
Racconta una scena di vita familiare: c’è mio papà, che era un grandissimo pescatore e adorava i bambini. Eravamo otto cuginetti e lui ci trascinava nelle sue avventure in tutte le valli dell’Alto Adige. Finivamo nelle sabbie mobili, facevamo cose tremende.
Ci dava le chiavi del pulmino Volkswagen e io ho iniziato a guidare a undici anni, con otto cuginetti dietro, mentre lui pescava nei campi. Nessuna cintura di sicurezza, ovviamente. All’epoca era tutto così: una libertà totale, incosciente, meravigliosa.
Ci portava anche a scalare sulle Torri del Sella, facendo una cosa che chiamava “l’ascensore”: legava me, le mie sorelle e la segretaria-babysitter come dei salami, saliva in cima e poi uno alla volta ci tirava su. Nessuno aveva paura. Guardavamo giù e basta.
In quel quadretto c’è anche una svolta: quando gli ho spiegato che tutti i pesci avevano una famiglia, che non poteva ucciderli. Gli ho insegnato il catch and release. Non tornavamo più a casa con i pesci – mia mamma non felicissima – ma io avevo già capito una cosa fondamentale: che il mondo non è solo tuo.
E poi ci raccontava storie ogni sera: diceva di essere andato nel Far West a combattere con Toro Seduto. Noi ci credevamo. Fino a quando mia sorella torna da scuola dicendo: “Papà racconta un sacco di balle, è impossibile che fosse vivo nell’Ottocento”. Le storie erano false, ma erano meravigliose. Viva la fantasia. Viva i papà che coinvolgono i bambini.
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