L'I Ching
L’I Ching, il libro dei mutamenti, è sempre in casa mia, mi segue in ogni trasloco. Ha le monete attaccate con lo scotch, così non vanno via. Tra le pagine ci sono sono anche degli appunti di un corso che avevo fatto, anche se non mi ricordo più bene che corso fosse.
Negli ultimi anni mi ha salvato una cosa molto semplice: dire “non so cosa fare, teniamoci la domanda”. Quando non ci sono risposte, va bene così. Tenersi la domanda è già qualcosa.
Questa cosa delle domande mi accompagna da tempo. Nella meditazione, nei progetti, in Ti voglio bene pubblico. A un certo punto mi sono chiesta se fare domande non fosse già una pratica di cura. Questa cosa mi era venuta fuori lavorando con Refugees Welcome: quante domande devi fare per entrare davvero in relazione con qualcuno. Continuare a chiedere, a chiedere, a chiedere.
Con l’I Ching è successa una cosa strana. All’inizio lo usavo un po’ per scherzo. Durante un periodo di ricerca artistica avevo chiesto alle persone di darmi dei feedback sui lavori, e per gioco avevo portato l’I Ching. Chiedevo di pensare a una domanda, senza dirmela. Una domanda aperta, senza risposta. Poi lanciavo le monete.
Io spesso non capivo bene quello che stavo leggendo. Eppure le persone dicevano: “Ma come hai fatto a dire proprio questa cosa?”. A un certo punto le persone hanno iniziato a chiamarmi per “fare l’I Ching”. Io non sapevo cosa stessi facendo, ma succedeva qualcosa. Forse perché non stavo cercando di controllare il senso. Stavo solo leggendo.
C’è una lettura che mi è rimasta molto impressa. Parla di un passaggio non ancora compiuto. Dice che il cambiamento è già preparato, ma le cose non hanno ancora trovato il loro posto. È come la primavera: non è più inverno, ma non è ancora estate.
E poi c’è questa immagine che mi colpisce sempre: la volpe che attraversa il ghiaccio. La volpe anziana tende l’orecchio, procede lentamente, ascolta ogni scricchiolio. La volpe giovane corre, e quando è quasi arrivata cade e si bagna la coda. Tutta la fatica diventa inutile.
È un’immagine che per me dice tantissimo. Del fatto che siamo spesso nel “prima del compimento”. Che il compito è grande. Che serve prudenza. Che non è ancora il momento di correre.
Forse l’unica cosa che possiamo fare è questo: restare nella domanda, procedere con passo leggero, senza forzare una risposta che non c’è ancora.
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Gli oggetti di Elisabetta Consonni non pretendono di dare risposte bensì di accompagnare un movimento, una pratica di attenzione e cura.
Wunderkit è questo: una collezione di mirabilia contemporanee, un kit di storie e oggetti da cui lasciarsi attraversare. Da usare, magari, quando serve immaginare un’altra strada.
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