Il lucchetto
Questo oggetto l’avevo portato per fare una riflessione sull’idea di spazio pubblico/ spazio privato che porto avanti con la pratica di Ti voglio un bene pubblico. Ma poi ho pensato che è la perfetta metafora del darsi la possibilità di coltivare l’apertura e lo stare nel movimento.
Non mi ha mai interessato fare la danzatrice in senso stretto. Non ho mai desiderato “essere” una danzatrice. Mi interessava vedere come i disegni cambiavano, mi interessavano le dinamiche. Sentire il mio corpo che faceva delle cose, sì, ma sempre come un passaggio tra quello che accadeva dentro e quello che vedevo fuori.
Il corpo, per me, poteva anche non essere centrale. Poteva andare diversamente. Ma a un certo punto mi sono resa conto che quello che mi interessava davvero era il corpo in movimento, non il corpo come immagine.
Da lì la danza è diventata coreografia. E poi coreografia espansa. In ambito coreografico si chiama così quando la coreografia smette di essere un’articolazione anatomica del movimento e diventa una composizione dinamica: può essere una grafica in movimento, ma può essere anche una dinamica sociopolitica, un’operazione di trasformazione di qualcosa.
Non ho inventato io la coreografia espansa, ma quando l’ho incontrata ho pensato che avessero ragione. Non esiste niente che sia davvero fisso. In quel periodo avevo già vissuto a Bologna, poi a Londra, poi ero ripartita. Il mio essere coreografia espansa non è solo nella mia ricerca come artista o coreografa. È anche nella mia vita. Non sapere mai davvero dove stare. Non sentirsi mai completamente comoda in qualcosa che è fisso.
Ma questo non vuol dire essere iperattiva. Io faccio tante cose, ma non sono una persona energeticamente iperattiva. Mi piace tantissimo la meditazione. Ho fatto più volte ritiri di dieci giorni in silenzio assoluto. Non si parla, non si guarda negli occhi, ci si sveglia alle quattro del mattino e si sta seduti per tantissimo tempo.
E anche lì, nell’immobilità totale, il corpo si muove. Si aggiusta. C’è sempre qualcosa che si sposta, che dialoga, che cerca una nuova posizione. Anche quando sei ferma.
Questo è il punto per me: il movimento non è fare tanto, non è agitazione. È stare in relazione con ciò che cambia, anche quando sembra che non stia succedendo niente.
Come si fa a stare nella trasformazione senza perdere radicamento?
Forse prendersi troppo sul serio è la prima forma di fissità. Dare la possibilità a più punti di vista di emergere. Dire: è così, ma potrebbe essere anche così. Spostare continuamente il punto di vista per far emergere significati nuovi.
La meditazione per me è una cosa serissima, ma anche quella non deve diventare dogmatica. A un certo punto anche no. Se tutto è in movimento, anche il modo in cui guardi le cose deve cambiare. La serietà intesa come fissità, come dogmatismo, non so bene a cosa serva.
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