La t-shirt bianca
Ho portato una t-shirt banalissima: bianca, di cotone, non tinta, girocollo. Per me rappresenta un punto molto alto e molto semplice di come intendo il mio lavoro, e il consiglio che darei a chi si approccia a questo mestiere: non seguire le mode.
È una maglia che aveva Kerouac negli anni Sessanta e Settanta, che hanno avuto i nostri genitori, che abbiamo noi e che avranno i nostri figli. È un paradosso dirlo facendo un lavoro che vive dentro un mercato, però è una lezione che capisci dopo un po’ che lavori. Se seguiamo la moda, facciamo riferimento a qualcosa che ha un picco altissimo per un periodo limitato e poi una valle.
Resistere alle mode non vuol dire essere vecchi o tradizionalisti. Vuol dire stare nel mondo con le sue regole e contraddizioni, ma trovare una chiave per fare in modo che lo stile non sia mai più importante del tono di voce. Perché lo stile evolve, il tono di voce resta. E la t-shirt bianca sopravvive alle mode.
In un tempo immerso nell’esposizione dell’immagine e nella spazzatura quotidiana, la tentazione è vedere uno stile che funziona e copiarlo: “ha fatto Nike, il New York Times… allora io copio quel prodotto e ignoro il processo”.
Questo paga nel breve termine, ma è tossico nel lungo termine. Tutti i “figli illegittimi” di Malika Favre: quando tramonterà il momento della tinta piatta con colori forti, lei rimarrà e gli altri finiranno nel dimenticatoio. Perché lei ha seguito il processo che l’ha portata lì. Gli altri hanno preso il prodotto e l’hanno replicato.
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