Il passaporto
Il quarto oggetto è il passaporto. Il motivo per cui l’ho portato è il numero: AA2616055. È solo mio e sarà solo mio finché campo. Questo apre un tema che si collega alla macchina: l’identità. Da una parte l’identità personale, dall’altra quella percepita dagli altri, e non sempre coincidono.
L’identità nostra è anche questo numero: un’istanza di unicità. Il mio stile rispetto a tutti gli stili e a tutti i modi di raccontare il mondo. Io ricordo un TED di una designer svizzera che vive in America: mostrava i giocattoli dei supereroi dei figli e diceva che a un certo punto si era chiesta: “Qual è il mio superpotere?”. È una domanda importante. Se pensi ai supereroi, li ricordi perché sono diversi, ognuno con un potere. Ti fa capire l’importanza dell’unicità: hai una strada diversa da quella di un altro.
Io, ad esempio, non sono un abile disegnatore. Quando vedo i disegni di qualcun altro, provo invidia e ammirazione. Ma il punto è capire qual è il tuo potere.
Io credo che la mia skill sia che sono molto motivato… anche se non so bene cosa voglia dire. Sono motivato nel contemplare il fallimento, che è una percezione personale: non è “ho fatto un lavoro con quello” o “ho vinto dei soldi”. È qualcosa che senti tu. Io, dopo lo IED per cui mio padre aveva speso tanti soldi, non potevo contemplare la delusione mia e di chi mi aveva sostenuto. Dovevo farci qualcosa. Da lì una serie di cose convergono e ti portano a fare quella cosa al meglio. C’è anche un darwinismo che ti porta davvero a imparare e a durare.
Come lo nutri questo superpotere?
Io sono un po’ ossessivo. A volte mi aiuta, a volte mi mette i bastoni tra le ruote. Non mollo finché non è il momento di mollare, e trovo strategie per fare quello che voglio, magari non subito.
E poi ho capito una cosa nel 2009, stando vicino a una persona che ha fatto dell’esporsi un mestiere: è importante metterci la faccia anche dove potrebbero parlare solo i disegni. Presenza, farsi vedere dai clienti, fare conferenze, dimostrare di avere un’opinione. Io mi ero illuso che, come per i grandi pittori, ti venissero a cercare. Invece no: devi andarci tu, metterci la faccia e dire che i tuoi disegni sono bellissimi anche se non ci credi. La fragilità dell’artista non la puoi far vedere quando ti vendi: devi far vedere una parte sicura, attiva.
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