Il cucchiaio di legno
Questo cucchiaio di legno è bellissimo. Da piccolo mia madre mi minacciava con questo: non mi ha mai picchiato, però c’è un’associazione pavloviana per cui quando lo tirava fuori si spegnevano immediatamente capricci e velleità.
Ma non l’ho portato per quello. E non l’ho portato neanche perché cucino, perché non cucino. L’ho portato per un tema legato al lavoro che è doppio.
Il primo tema è l’ossessività: prima di mandare un’illustrazione al cliente non la faccio mai una volta. La rifaccio almeno due volte, spesso tre o quattro: cambio colori, forme, ridisegno, riparto da zero. È come una ricetta: la prima volta ti viene in un modo, la centesima in un altro, probabilmente migliore, perché conosci i tuoi strumenti: la pentola, i tempi, quanto deve cuocere il ragù. Per fortuna esistono le deadline.
Il secondo tema è l’invito a cambiare ricetta. Io sono convinto che lo stile evolve. E dopo un po’ mi rompo a fare sempre le stesse cose, anche se sarebbe più facile. Noi siamo un brand: se riproponi sempre gli stessi colori e le stesse forme sei più riconoscibile. Io però mi annoio. Cerco di fregarmene un po’ dell’assioma del branding e cambiare la ricetta. Partendo dal ragù, quando hai dimestichezza, puoi dire: “perché non uscire dallo standard?” Metti più pepe, meno sale, aggiungi un ingrediente. Senza rivoluzioni copernicane, ma forzando il limite.
È un’oscillazione: a volte fai cose nuove e sei più emozionato, altre volte devi portarla a casa e fai la ricetta più dritta e meno rischiosa. Ma per me è noioso. E quindi provo a cambiare.
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