La bandierina americana (e i premi)
Questa bandiera l’ho presa al consolato italiano, due anni fa, quando mi avevano invitato a vedere gli ultimi pezzi dello spoglio tra Trump e Clinton. Ci hanno dato queste bandierine perché dovevamo essere pronti a fare tifo… e invece è andata come è andata. Me la sono portata via come segno di fallimento.
Mi ricordo quel clima: persone impettite, camerieri con dolcetti e miniburger, maxi schermi, cartonati… e poi il crollo, le lacrime, la disperazione. Incredibile. L’America per tutti rappresenta un sogno e un incubo. È la terra promessa, l’American Dream, un luogo dove le cose possono succedere più facilmente perché ci sono più opportunità. È vero: valgono le stesse regole che valgono da noi, però è anche vero che succedono cose più grandi.
Io sto facendo i documenti per la green card. Cito Massimo Vignelli, che andò in America nel ’67 e disse: “Avevo bisogno di un cielo più grande”. E in West Coast quei cieli sembrano davvero più grandi. Tramonti dell’Arizona che non ho visto da nessun’altra parte.
L’America mi ha dato grandi soddisfazioni, soprattutto agli inizi: dal 2005 ho iniziato a lavorarci e poi ho vinto premi. Ho portato anche questo premio per dire una cosa: io ho un rapporto ambivalente con i premi. È bello vincere: è una botta narcisistica pazzesca. Ma è anche aleatorio. Dai premi che ho vinto non è che siano arrivati clienti a chiamarmi. E poi restano sullo scaffale: non sono un punto d’arrivo. Al massimo sono una responsabilità, perché poi devi mantenere quello standard con te stesso. Se l’anno dopo non vinci, quasi pensi di aver sbagliato qualcosa, ma i premi dipendono dal gusto della giuria, che cambia, con simpatie e antipatie.
È uno shottino di autostima. Dura poco. Poi devi fartene un altro.
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