La borsettina di Tsering
Questa borsettina me l’ha regalata un’amica: Tsering. Ci siamo incontrate in Refugees Welcome.
Refugees Welcome nasceva come risposta dal basso a un momento in cui tante persone arrivate dall’Afghanistan non trovavano spazio nei luoghi di accoglienza. Le persone aprivano le proprie case. Si creavano relazioni.
Per me è stato importante perché non ero sola. Non facevi le cose da sola. L’attivazione era collettiva. Ed era faticosa. Essere attivə vuol dire essere attivə davvero. Muoversi. Fare.
Io non mi sono mai definita attivista. Ma quando vedi certe cose non riesci a stare ferma. È rabbia, frustrazione. E allora fai.
Questa borsettina racconta una relazione. E racconta anche il dubbio. Il dubbio su quanto l’arte possa davvero cambiare le cose. A volte penso di fare cose piccolissime. Ma in quella relazione qualcosa era cambiato.
La cura può essere una pratica creativa?
Forse la cura non è applicare un sistema. È creare condizioni. Dare input perché le cose vadano. E poi lasciare che emerga una responsabilità condivisa. Vi faccio un esempio: nell’edizione che ho curato del festival Orlando il centro era l’Anagrafe Fantastica, una performance nello spazio pubblico dove accedere a uffici inventati: potevi farti la carta d’identità come la vuoi, compilare il modulo sul tuo stato di “sfamiglia”, o ancora rispondere alle domande dell’ufficio abitare-andare.
Era un modo per mettere in crisi le istituzioni che diamo per scontate. Per chiederci chi ha accesso ai diritti, chi no. Senza spiegare. Facendo pratiche, insieme.
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