Il trapano
È un trapano pesante. Solido. Uno di quelli che senti subito nelle mani.
Me l’ha regalato mia madre quando ero giovane. Insieme al trapano è arrivata anche un’idea molto chiara: cosa avrei dovuto farci. Aiutarla. Sostituire mio padre.
Quel trapano era uno strumento di creazione, ma anche il simbolo di un debito. Non detto, ma chiarissimo.
“Adesso puoi fare le cose. C’è un quadro da attaccare.”
Per anni ho cercato di saldare quel debito. Ma ci sono debiti che non finiscono mai. A un certo punto ho visto questa dinamica e me ne sono liberato. Non pagando. Ma smettendo di provarci.
Quando togli certi schemi – quelli che ti hanno messo addosso o che ti sei messo da solo – si crea spazio. E in quello spazio può nascere qualcosa di nuovo.
Nel mio lavoro questo è evidente. Il funambolismo sembra leggero, ma ha radici estremamente materiali. Il cavo pesa. Il bilanciere pesa. Il lavoro prima del gesto è fatto di mani sporche, di acciaio, di fatica.
Mi piace stare lì. A fare. Anche quando potrei delegare. Perché il fare mi tiene nel presente. Quando poi salgo sul cavo, è troppo tardi per pensare.
Forse questo trapano ha una sola funzione: togliere.
Smontare. Liberare.
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