Una cosa simile / Una barra spaziatrice
Come primo oggetto ho portato questo: la barra spaziatrice della macchina per scrivere di mia madre. Non credo che esista un oggetto che possa descrivere meglio il mio carattere più intimo. Mi identifico molto in questo tasto che non batte una lettera sul foglio, ma crea uno spazio vuoto tra due lettere.Il suo essere non una cosa, ma un intervallo tra due cose.
Fin da ragazzino ho sempre avuto una forte idiosincrasia per le cose chiare, definite, inequivocabili. Avevo un debole invece per le cose ambigue, “storte”, indeterminate, quelle che non si capivano al volo. E soprattutto per le cose ambivalenti che di significati, a cercarli, potevano contenerne molti e tutti diversi. Col tempo ho capito che quell’attrazione era dovuta al fatto che quel tipo di cose mi assomigliavano. Ero come loro: sempre indeciso tra questo e quello, affaccendato in mille cose e tanti me. Non ero mai un solo Lorenzo, ma un Lorenzo tra due Lorenzo.
Quel “tra”, quell’essere in mezzo, quel non saper essere una cosa sola, è un tratto ricorrente nella mia vita. Sono il quinto di otto figli. In mezzo, un posto in cui mi trovo a mio agio. Non ho mai avuto la smania di primeggiare, né la paura di essere l’ultimo. Quando avevo dodici anni mi chiesero chi avrei voluto essere da grande e senza che la risposta passasse per i miei neuroni dissi: “un vescovo e se non si può un falegname”. E in parte lo sono anche diventato un vescovo e un falegname. Nel senso che ho sviluppato piano piano un lato spirituale che pensa alle cose e uno pratico che fa le cose. Non a caso oggi mi occupo di ricerca e sviluppo, cioè penso a delle cose che poi sviluppo in prototipi concreti.
Da vent’anni vivo ad Amsterdam, una città che non dovrebbe esistere. Era una pozzanghera gigante da cui quei geniacci degli Olandesi hanno tirato fuori un paese intero. Con tutti quei ponti, per andare da una parte all’altra dei canali, non poteva che essere la città di adozione di chi si identifica con una barra spaziatrice.
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