Il vaso
Questo vaso mi è stato donato da Shōdō Harada Roshi, l’abate del tempio Sōgen-ji, in Giappone. È un vaso semplice. Il suo valore non sta in quello che mostra, ma nel vuoto che delimita.
Nello zen il vuoto non è mancanza. È possibilità. È lo spazio che si crea quando togliamo ruoli, identità, risposte pronte. È lì che nasce la creatività.
Il fendente del samurai, la pennellata del calligrafo, il passo del funambolo arrivano dal vuoto. Arrivano da qualcosa che non c’era prima.
Al tempio ho lavorato molto con i koan: domande che non vogliono una risposta giusta, ma una risposta vera. Ho capito che il problema non era sbagliare risposta, ma prepararla prima. Se non ascolti la domanda, non può funzionare.
Domanda e risposta nascono insieme.
Se ci metti in mezzo il tempo, il pensiero, hai perso.
Sul cavo è lo stesso. Ogni passo è una domanda. E la risposta non è un’idea: è una forma del corpo. Se rispondi con la forma di un altro momento, diventa pericoloso.
Il vuoto non si controlla. Si abita.
E dentro quel vuoto ci siamo anche noi.
Come si traduce tutto questo nel tuo camminare sul filo?
Ogni passo è una domanda reale. Se rispondo con qualcosa che non appartiene a quell’istante, il corpo me lo fa pagare.
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