Andrea Loreni

Andrea Loreni, laureato in Filosofia teoretica all’Università di Torino, dal 1997 intraprende il teatro di strada, alla ricerca di un modo più vivo di stare al mondo rispetto alla speculazione accademica. Dal 2006 si specializza nelle traversate su cavo a grandi altezze, diventando l’unico funambolo italiano ad operare in scenari “estremi”. Parallelamente avvia la pratica della meditazione Zen – studiando anche al monastero Sōgen-ji in Giappone – convinto che la camminata sul filo e l’abbandono al vuoto possano diventare metafora di una condizione esistenziale più autentica. Oggi Loreni unisce l’arte del funambolismo alla formazione: tiene laboratori esperienziali sulla gestione del rischio, del disequilibrio e del desiderio di camminare “senza rete” nella vita quotidiana. Ha scritto due libri: Zen e funambolismo e Breve corso di funambolismo per chi cammina col vento. Sette passi per attraversare la vita.

Il Wunderkit di Andrea Loreni è una pratica di equilibrio: stare nel vuoto, un passo alla volta.
Si apre con un’assenza, un orologio perduto, che parla di tempo e memoria. Un frammento del cordone ombelicale racconta passaggi e trasformazioni, modi diversi di venire al mondo. Il trapano introduce il fare concreto e la necessità di liberarsi da ciò che ci trattiene. Un vaso zen sposta tutto sul vuoto: lo spazio da cui nasce ogni gesto consapevole. Un oggetto “rubato” da una traversata ricorda che le strade si immaginano prima di esistere. Infine, un invito: concedersi di non saper fare, agire senza dimostrare. Un kit che non dà risposte, ma allena a restare presenti, in equilibrio, dentro ogni passo.

OGGETTI PERDUTI
L’orologio che non c’è

Non c’è.
E non perché sia rimasto a casa: è proprio sparito.

Era un orologio che mi aveva regalato mio padre. Aveva inciso sopra “AL”, le mie iniziali. L’ho perso, come mi capita spesso con gli oggetti. Li dimentico in giro, li lascio andare, a volte smettono semplicemente di accompagnarmi senza che me ne accorga davvero.

Per un periodo quell’orologio non mi interessava. Ora invece lo vorrei, ma non ce l’ho più. E questa cosa dice molto del mio rapporto con gli oggetti: non sono mai stati ancore stabili. Passano, scivolano via, si allontanano. A volte tornano a mancarmi solo quando non ci sono più.

Questo è un oggetto assente.
Un oggetto fantasma.

E forse è giusto che il primo oggetto sia proprio questo: qualcosa che non c’è più. Perché non tutti gli oggetti restano. Non tutto ciò che conta è presente. Alcune cose attraversano la nostra vita e poi scompaiono, lasciando una traccia più mentale che materiale.

Anche l’assenza, a volte, racconta esattamente quello che serve.

BIOGRAFICI
Il cordone ombelicale

Abbiamo scelto una pratica che si chiama Lotus Birth: il cordone rimane attaccato alla placenta e si stacca da solo, naturalmente. Tre giorni dopo si è seccato ed è caduto. Noi ne abbiamo conservato un pezzettino.È un oggetto piccolo, organico, quasi invisibile.
Un bastoncino secco, leggero. Eppure è l’oggetto più potente di tutti.

È un pezzo del cordone ombelicale di mia figlia Frida.

Il parto, se ci penso, è probabilmente l’atto creativo più gigantesco che esista. Come umanità non facciamo nulla di più radicale di questo: generare vita. Quando Frida è nata, pochi minuti dopo, l’ostetrica ha chiesto chi avrebbe tagliato il cordone. Io ho risposto: nessuno.

Non lo si taglia.
Il cordone resta. Attraversa.

Questo oggetto racconta la nascita, certo. Ma racconta anche qualcos’altro: un’altra via.
Nella mia vita ho spesso cercato un modo diverso di fare le cose. Non per ribellione, ma per necessità. Questo gesto è stato un altro modo di attraversare un passaggio. Un altro modo di stare in mezzo.

Il cordone, in fondo, è un ponte.
E io, da sempre, mi muovo sui ponti.

Cosa ti ha portato, fin da bambino, a cercare un’altra strada?

Ho capito abbastanza presto cosa non volevo fare. Non sapevo ancora cosa volevo, ma dicevo no. E quel no, piano piano, ha aperto uno spazio.

CASSETTA DEGLI ATTREZZI
Il trapano

È un trapano pesante. Solido. Uno di quelli che senti subito nelle mani.

Me l’ha regalato mia madre quando ero giovane. Insieme al trapano è arrivata anche un’idea molto chiara: cosa avrei dovuto farci. Aiutarla. Sostituire mio padre.

Quel trapano era uno strumento di creazione, ma anche il simbolo di un debito. Non detto, ma chiarissimo.
“Adesso puoi fare le cose. C’è un quadro da attaccare.”

Per anni ho cercato di saldare quel debito. Ma ci sono debiti che non finiscono mai. A un certo punto ho visto questa dinamica e me ne sono liberato. Non pagando. Ma smettendo di provarci.

Quando togli certi schemi – quelli che ti hanno messo addosso o che ti sei messo da solo – si crea spazio. E in quello spazio può nascere qualcosa di nuovo.

Nel mio lavoro questo è evidente. Il funambolismo sembra leggero, ma ha radici estremamente materiali. Il cavo pesa. Il bilanciere pesa. Il lavoro prima del gesto è fatto di mani sporche, di acciaio, di fatica.

Mi piace stare lì. A fare. Anche quando potrei delegare. Perché il fare mi tiene nel presente. Quando poi salgo sul cavo, è troppo tardi per pensare.

Forse questo trapano ha una sola funzione: togliere.
Smontare. Liberare.

ZEN
Il vaso

Questo vaso mi è stato donato da Shōdō Harada Roshi, l’abate del tempio Sōgen-ji, in Giappone. È un vaso semplice. Il suo valore non sta in quello che mostra, ma nel vuoto che delimita.

Nello zen il vuoto non è mancanza. È possibilità. È lo spazio che si crea quando togliamo ruoli, identità, risposte pronte. È lì che nasce la creatività.

Il fendente del samurai, la pennellata del calligrafo, il passo del funambolo arrivano dal vuoto. Arrivano da qualcosa che non c’era prima.

Al tempio ho lavorato molto con i koan: domande che non vogliono una risposta giusta, ma una risposta vera. Ho capito che il problema non era sbagliare risposta, ma prepararla prima. Se non ascolti la domanda, non può funzionare.

Domanda e risposta nascono insieme.
Se ci metti in mezzo il tempo, il pensiero, hai perso.

Sul cavo è lo stesso. Ogni passo è una domanda. E la risposta non è un’idea: è una forma del corpo. Se rispondi con la forma di un altro momento, diventa pericoloso.

Il vuoto non si controlla. Si abita.
E dentro quel vuoto ci siamo anche noi.

Come si traduce tutto questo nel tuo camminare sul filo?

Ogni passo è una domanda reale. Se rispondo con qualcosa che non appartiene a quell’istante, il corpo me lo fa pagare.

SOUVENIR
Piano 31

Questo oggetto è il souvenir di Piano 31 della Torre Unicredit. Non lo vendevano, quindi me lo sono procurato.

Ci sono arrivato camminando su un cavo lungo 210 metri, partendo dal Bosco Verticale. Ma questo oggetto non parla tanto del risultato. Parla della visione.

Prima di tutto un cammino bisogna vederlo. Devi riuscire a immaginarlo dentro l’orizzonte del tuo possibile. Le torri gemelle erano lì per tutti. Solo Philippe Petit ha visto una strada tra loro.

Gli obiettivi sono una mezza fregatura. Servono, ma non vanno fissati mentre cammini. Molti funamboli cadono negli ultimi metri, quando pensano che sia fatta.

Il passo più difficile non è l’ultimo. È il primo. Perché devi lasciare un terreno solido e avventurarti in qualcosa di nuovo.

Questo oggetto parla di attraversamenti, non di traguardi.

DONO
Il regalo finale

Una mamma della scuola di mia figlia mi ha sentito suonare.
Poi si è parlato di fare un coro. Io mi sono proposto.

Lei mi ha guardato e ha detto: “Proprio tu”.

Le ho chiesto perché.
Mi ha risposto: “Perché sei invidiabile. Ti permetti di fare cose che non sai fare”.

Era un complimento enorme.

Facciamo troppe poche cose solo perché ci divertono. Se una cosa ti dà gusto, è già un motivo sufficiente per farla. Non dobbiamo essere bravi. Non dobbiamo performare. Possiamo cantare stonati. Possiamo camminare senza sapere già come va a finire.

Questo è il regalo.

Questo Wunderkit con Andrea Loreni è una collezione di oggetti che non spiegano, ma aprono.
Un invito a stare sul filo, nel presente, lasciando che ogni passo diventi una domanda.

Wunderkit è questo: una collezione di mirabilia contemporanee, un kit di storie e oggetti da cui lasciarsi attraversare.
Da usare, magari, quando serve immaginare un’altra strada.

Se questo kit ti ha acceso una domanda, puoi curiosare tra le altre storie di Wunderkit e creare una tua, personale, wunderkammer di fonti di ispirazione e piccole meraviglie.