Elisabetta Consonni

Elisabetta Consonni coreografa tutto, esseri umani e disumani, oggetti mobili e immobili, mappe, interstizi e gruppi vacanze spaziali. Tesse reti di relazioni, sottili e forti, come il vetro di zucchero.

Una formazione ufficiale in Cultural Studies e tecniche di danza in Italia e a Londra (The Place) e una più ampia formazione non lineare la portano a incrociare le pratiche somatiche e l’uso della voce, interrogandosi su come l’arte performativa possa fornire strumenti per le politiche urbane e sociali.

La sua ricerca intende espandere la pratica coreografica fino a diventare strumento per far accadere spostamenti di attenzione, osservare dinamiche relazionali, ribaltare narrazioni e rileggere criticamente i contesti. La necessità di operare su un unico territorio, a lungo termine, combinando pratica relazionale, sensibilità artistica e desiderio di moltiplicare le voci e le azioni, la porta a curare la direzione artistica di ORLANDO, festival queer di arti performative e cinema a Bergamo.

 

Il Wunderkit di Elisabetta Consonni è fatto di movimenti più che di oggetti: traiettorie, relazioni, trasformazioni continue.
Un olio nato da una pratica collettiva apre il racconto sul corpo “così com’è”, luogo di ascolto e conoscenza che passa dalla pelle. Un lucchetto che non si chiude ricorda che tutto è dinamico, anche ciò che sembra fermo. Le cartoline del suo spettacolo Plutone trasformano il movimento in relazione: corpi che si incontrano, si sfiorano, imparano a stare insieme. Una borsetta parla di cura e attivazione, del fare collettivo come pratica quotidiana. Infine, l’I Ching invita ad abitare l’incertezza. Un kit che sposta lo sguardo: dal corpo da mostrare al corpo che sente, cambia, crea possibilità.

AUTOPRODUZIONE
L'olio

Questo è un olio fatto in Sardegna, dopo uno spettacolo che avevo portato in un festival che si chiamava Festival del Respiro. Lo spettacolo si chiamava Brutale Esplosione. Dopo la pratica si andava in questo posto, era la notte di San Giovanni, stendevano i fiori. Avevo scelto l’olio e l’avevo messo lì.

Abbiamo deciso di portare l’olio perché la dimensione del corpo, nella mia vita più che nel mio lavoro, ha assunto tantissime forme. Io sono una coreografa, ho iniziato a fare danza quando ero piccola, avevo sei anni. C’è sempre stata questa necessità di stare nel mondo come corpo. Questa sensazione di essere corpo, con tutte le conseguenze del caso, è sempre stata molto presente.

All’università uno degli esami che mi aveva scioccato di più era sociologia del corpo: sembrava descrivere la mia vita. La danza, quindi, è stata una cosa molto scontata. Non ho mai deciso di fare danza, è una cosa che è venuta così.

A un certo punto, per campare come artista, ho dovuto inventarmi un sacco di lavori. Ho vissuto a Londra, ho vissuto in Olanda. In Olanda avevo fatto un corso di Body Mind Centering, una tecnica molto usata nella danza, simile all’anatomia esperienziale: studi il corpo non con la teoria, ma ascoltandolo. Il tessuto connettivo lo senti se ti muovi in un certo modo.

Avevo fatto questo corso applicato alla voce, che per me è un’altra forma di movimento. Quando tornavo a casa di mia madre dovevo fare degli esercizi di hands-on practice, cioè dei trattamenti alle persone per capire il sistema muscolare, il sistema nervoso. Mia madre pensava che stessi facendo massaggi, in realtà dovevo fare delle tesine.
Una volta un’amica di mia madre aveva un dolore alla spalla, le ho fatto un trattamento e il dolore è passato. Mi ha chiesto di tornare tutte le settimane. Io dicevo: sì, ma devi pagarmi, perché non è il mio lavoro. Poi ho iniziato ad andare in giro a fare massaggi.

Quello che facevo era semplicemente quello che facevo su di me quando avevo bisogno di rimettermi a posto. Non era nessun miracolo. È come nella danza: quando sei molto dentro il tuo corpo, sai come aggiustarti perché le cose passino. È una forma di autocura. Facevo alle persone quello che avevo sperimentato nel mio corpo.

Attraverso il corpo passano delle conoscenze. È una forma di conoscenza che storicamente è stata invisibilizzata. A volte non abbiamo nemmeno le parole per dirla. Ma io questa cosa continuo a trovarla incredibile.

E poi c’è stata un’audizione. Io non ho mai fatto audizioni. Era un’audizione per corpi non convenzionali. Mi hanno chiamata, mi sono offesa, ho detto: ma cosa vuoi? Il giorno dell’audizione sono arrivata in ritardo, con i pantaloncini da calciatore. Ho ballato senza fregarmene niente. Così com’ero. Mi hanno presa. Era per uno spot di Victoria Beckham.

Lì ho capito quanto sei più potente quando sei così. Quando non devi essere qualcos’altro.

FERRAMENTA
Il lucchetto

Questo oggetto l’avevo portato per fare una riflessione sull’idea di spazio pubblico/ spazio privato che porto avanti con la pratica di Ti voglio un bene pubblico. Ma poi ho pensato che è la perfetta metafora del darsi la possibilità di coltivare l’apertura e lo stare nel movimento.

Non mi ha mai interessato fare la danzatrice in senso stretto. Non ho mai desiderato “essere” una danzatrice. Mi interessava vedere come i disegni cambiavano, mi interessavano le dinamiche. Sentire il mio corpo che faceva delle cose, sì, ma sempre come un passaggio tra quello che accadeva dentro e quello che vedevo fuori.

Il corpo, per me, poteva anche non essere centrale. Poteva andare diversamente. Ma a un certo punto mi sono resa conto che quello che mi interessava davvero era il corpo in movimento, non il corpo come immagine.

Da lì la danza è diventata coreografia. E poi coreografia espansa. In ambito coreografico si chiama così quando la coreografia smette di essere un’articolazione anatomica del movimento e diventa una composizione dinamica: può essere una grafica in movimento, ma può essere anche una dinamica sociopolitica, un’operazione di trasformazione di qualcosa.

Non ho inventato io la coreografia espansa, ma quando l’ho incontrata ho pensato che avessero ragione. Non esiste niente che sia davvero fisso. In quel periodo avevo già vissuto a Bologna, poi a Londra, poi ero ripartita. Il mio essere coreografia espansa non è solo nella mia ricerca come artista o coreografa. È anche nella mia vita. Non sapere mai davvero dove stare. Non sentirsi mai completamente comoda in qualcosa che è fisso.

Ma questo non vuol dire essere iperattiva. Io faccio tante cose, ma non sono una persona energeticamente iperattiva. Mi piace tantissimo la meditazione. Ho fatto più volte ritiri di dieci giorni in silenzio assoluto. Non si parla, non si guarda negli occhi, ci si sveglia alle quattro del mattino e si sta seduti per tantissimo tempo.

E anche lì, nell’immobilità totale, il corpo si muove. Si aggiusta. C’è sempre qualcosa che si sposta, che dialoga, che cerca una nuova posizione. Anche quando sei ferma.

Questo è il punto per me: il movimento non è fare tanto, non è agitazione. È stare in relazione con ciò che cambia, anche quando sembra che non stia succedendo niente.

Come si fa a stare nella trasformazione senza perdere radicamento?

Forse prendersi troppo sul serio è la prima forma di fissità. Dare la possibilità a più punti di vista di emergere. Dire: è così, ma potrebbe essere anche così. Spostare continuamente il punto di vista per far emergere significati nuovi.

La meditazione per me è una cosa serissima, ma anche quella non deve diventare dogmatica. A un certo punto anche no. Se tutto è in movimento, anche il modo in cui guardi le cose deve cambiare. La serietà intesa come fissità, come dogmatismo, non so bene a cosa serva.

CARTOLINA
Plutone

Questa cartolina è di uno spettacolo che si chiama Plutone. È il lavoro che più di tutti mi ha fatto capire che quello che stavo facendo era gestire relazioni.

Il dispositivo è semplicissimo: persone che girano su traiettorie circolari. Ognuna cerca di rimanere sulla propria orbita. Ma quando le persone sono tante, le orbite si incontrano, si scontrano, si sintonizzano.
Plutone è nato come spettacolo per tre danzatrici, poi è cambiato, si è trasformato, è diventato laboratorio, pratica partecipativa. A un certo punto un dramaturg mi ha detto: questa cosa non può restare solo uno spettacolo, è troppo semplice, possono farlo tutti.

È diventato Plutone Esploso. Il pubblico entra, gira, ripete il movimento. Si portano attenzioni diverse: come giri, quando ti fermi, cosa succede quando incontri qualcuno. Dopo ogni sessione le persone raccontano cosa è successo.

All’inizio parlano del movimento. Poi, senza accorgersene, parlano di relazioni. Di ascolto. Di conflitti. Di come si entra e si esce da uno spazio.

Ho trovato su internet una fotografia di Jim Denevan, che fa cerchi sulla sabbia. Gli ho scritto. Mi ha regalato le immagini. Lui fa cerchi in California, io lavoro sulle orbite. Era la stessa cosa.

DONO
La borsettina di Tsering

Questa borsettina me l’ha regalata un’amica: Tsering. Ci siamo incontrate in Refugees Welcome.

Refugees Welcome nasceva come risposta dal basso a un momento in cui tante persone arrivate dall’Afghanistan non trovavano spazio nei luoghi di accoglienza. Le persone aprivano le proprie case. Si creavano relazioni.

Per me è stato importante perché non ero sola. Non facevi le cose da sola. L’attivazione era collettiva. Ed era faticosa. Essere attivə vuol dire essere attivə davvero. Muoversi. Fare.

Io non mi sono mai definita attivista. Ma quando vedi certe cose non riesci a stare ferma. È rabbia, frustrazione. E allora fai.

Questa borsettina racconta una relazione. E racconta anche il dubbio. Il dubbio su quanto l’arte possa davvero cambiare le cose. A volte penso di fare cose piccolissime. Ma in quella relazione qualcosa era cambiato.

La cura può essere una pratica creativa?

Forse la cura non è applicare un sistema. È creare condizioni. Dare input perché le cose vadano. E poi lasciare che emerga una responsabilità condivisa. Vi faccio un esempio: nell’edizione che ho curato del festival Orlando il centro era l’Anagrafe Fantastica, una performance nello spazio pubblico dove accedere a uffici inventati: potevi farti la carta d’identità come la vuoi, compilare il modulo sul tuo stato di “sfamiglia”, o ancora rispondere alle domande dell’ufficio abitare-andare.
Era un modo per mettere in crisi le istituzioni che diamo per scontate. Per chiederci chi ha accesso ai diritti, chi no. Senza spiegare. Facendo pratiche, insieme.

Inseparabili
L'I Ching

L’I Ching, il libro dei mutamenti, è sempre in casa mia, mi segue in ogni trasloco. Ha le monete attaccate con lo scotch, così non vanno via. Tra le pagine ci sono sono anche degli appunti di un corso che avevo fatto, anche se non mi ricordo più bene che corso fosse.

Negli ultimi anni mi ha salvato una cosa molto semplice: dire “non so cosa fare, teniamoci la domanda”. Quando non ci sono risposte, va bene così. Tenersi la domanda è già qualcosa.

Questa cosa delle domande mi accompagna da tempo. Nella meditazione, nei progetti, in Ti voglio bene pubblico. A un certo punto mi sono chiesta se fare domande non fosse già una pratica di cura. Questa cosa mi era venuta fuori lavorando con Refugees Welcome: quante domande devi fare per entrare davvero in relazione con qualcuno. Continuare a chiedere, a chiedere, a chiedere.

Con l’I Ching è successa una cosa strana. All’inizio lo usavo un po’ per scherzo. Durante un periodo di ricerca artistica avevo chiesto alle persone di darmi dei feedback sui lavori, e per gioco avevo portato l’I Ching. Chiedevo di pensare a una domanda, senza dirmela. Una domanda aperta, senza risposta. Poi lanciavo le monete.

Io spesso non capivo bene quello che stavo leggendo. Eppure le persone dicevano: “Ma come hai fatto a dire proprio questa cosa?”. A un certo punto le persone hanno iniziato a chiamarmi per “fare l’I Ching”. Io non sapevo cosa stessi facendo, ma succedeva qualcosa. Forse perché non stavo cercando di controllare il senso. Stavo solo leggendo.

C’è una lettura che mi è rimasta molto impressa. Parla di un passaggio non ancora compiuto. Dice che il cambiamento è già preparato, ma le cose non hanno ancora trovato il loro posto. È come la primavera: non è più inverno, ma non è ancora estate.

E poi c’è questa immagine che mi colpisce sempre: la volpe che attraversa il ghiaccio. La volpe anziana tende l’orecchio, procede lentamente, ascolta ogni scricchiolio. La volpe giovane corre, e quando è quasi arrivata cade e si bagna la coda. Tutta la fatica diventa inutile.

È un’immagine che per me dice tantissimo. Del fatto che siamo spesso nel “prima del compimento”. Che il compito è grande. Che serve prudenza. Che non è ancora il momento di correre.

Forse l’unica cosa che possiamo fare è questo: restare nella domanda, procedere con passo leggero, senza forzare una risposta che non c’è ancora.

Gli oggetti di Elisabetta Consonni non pretendono di dare risposte bensì di accompagnare un movimento, una pratica di attenzione e cura.

Wunderkit è questo: una collezione di mirabilia contemporanee, un kit di storie e oggetti da cui lasciarsi attraversare. Da usare, magari, quando serve immaginare un’altra strada.

Se questo kit ti ha acceso una domanda, puoi curiosare tra le altre storie di Wunderkit.
Ogni collezione è diversa.
Ogni oggetto è una storia.

Gli oggetti di Elisabetta Consonni non pretendono di dare risposte bensì di accompagnare un movimento, una pratica di attenzione e cura.

Wunderkit è questo: una collezione di mirabilia contemporanee, un kit di storie e oggetti da cui lasciarsi attraversare.
Da usare, magari, quando serve immaginare un’altra strada.

Se questo kit ti ha acceso una domanda, puoi curiosare tra le altre storie di Wunderkit e creare una tua, personale, wunderkammer di fonti di ispirazione e piccole meraviglie.